Il Grande Nadir

 di Bruno Bozzetto

Ricordo, come fosse oggi, la mia prima lezione di disegno a casa del “Grande” Nadir, come mi piace chiamarlo, perché Nadir Quinto é ed è sempre stato un “Grande” disegnatore.

Era una solare giornata estiva degli anni sessanta, nella tranquilla via Scarlatti, dove Nadir aveva l’appartamento/studio, a pochi passi dal già caotico Corso Buenos Aires, e di fronte al suo tavolo, immersa in uno dei mille fumetti di Topolino, la moglie Enza, così bella e solare da intimidirmi.

“Cerca di copiarlo”, mi stuzzicò Nadir, consegnandomi una foto. Rappresentava il Discobolo di Mirone. Per me, ancora ragazzino e abituato a disegnare ometti col nasone e le gambette corte, l’impresa appariva come pura fantascienza.

Fu mio padre Umberto, sempre geniale nelle sue intuizioni, che vedendomi così appassionato al disegno ebbe l’idea di farmi prendere alcune lezioni proprio da Nadir, amico di famiglia. Lo confesso, la cosa mi angosciava. Non mi sentivo all’altezza. O si è Nadir o non si è Nadir. Io semplicemente non lo ero, e non lo sarei mai diventato.

Però in quello studio, il “loro” studio, mi sentivo improvvisamente come nella Stanza del Mago. Lì dentro regnavano i disegni, si respiravano i fumetti, stavano nascendo storie e personaggi fantastici, e fluttuava nell’aria tutto ciò che mi faceva sognare.

Già da allora adoravo i disegni, il cinema, i fumetti ed ero da tempo un grande ammiratore di Nadir.

Ricordo perfettamente i suoi primi disegni che vidi, delle illustrazioni di fatti di cronaca, pubblicate sulla Domenica del Corriere. Semplicemente m’incantavano. Quando ne scoprivo uno, più che guardarlo me lo bevevo : elegantissimo, perfetto nella composizione, vivo e ironico nei gesti e nelle espressioni. Di nascosto mi sforzavo di capire come facesse, di copiare qualche suo personaggio, i loro atteggiamenti o le espressioni dei volti. Niente. Carta straccia. Ne uscivano solo disegni indecisi, puerili.

Ma da questi nascosti tentativi incominciavo a capire quale era la grandezza di un vero disegnatore : possedere quel qualcosa di inspiegabile che infonde l’anima ai personaggi, rendendoli vivi e credibili.

E Nadir possedeva quest’arte, che purtroppo è quasi impossibile da spiegare e tramandare ad altri. Ed infatti non diventai un nuovo Nadir…Ma ebbi l’enorme fortuna di conoscerlo da vicino, al suo tavolo di lavoro, di apprendere da lui alcune cose che si sarebbero poi rivelate di estrema importanza nello svolgimento del mio futuro lavoro.

Nadir mi insegnò infatti a “vedere” i soggetti da disegnare con nuovi occhi, a studiarli nei minimi dettagli, ad osservarli nei loro più piccoli particolari.

Mi insegnò a studiarne le proporzioni, gli atteggiamenti, le espressioni, il movimento, le luci e le ombre, senza trascurare nulla.

Tutto questo lo devo a lui e soltanto a lui.

E quale insegnamento può essere più importante per chi realizza film in cui i disegni sono migliaia e migliaia, e a volte ne basta solo uno sbagliato per comprometterne l’intero risultato?

A quell’epoca, lo confesso, quelle statue mi avevano fatto un poco soffrire… oggi sono diventate un bellissimo ricordo…

Uno dei più bei regali lasciatimi dal “Grande” Nadir.

 Bruno Bozzetto