Nadir di Camelot

di Sergio Asteriti

Da ragazzo due sono stati i grandi disegnatori Italiani che mi hanno affascinato, Hugo Pratt e Nadir Quinto.

“Il Corriere dei Piccoli” lo portava a casa mio papà, era un giornale insipido e superato, non riuscivo a trovarci nulla di particolarmente interessante.

Poi un giorno, per caso, scoprii una pagina che si imponeva di prepotenza su tutte le altre e che riprendeva nei disegni, in chiave moderna, la scuola dei grandi illustratori Italiani, Gustavino, Terzi, Porcheddu, Mussino etc.

Il mio primo incontro con Nadir Quinto è nato da quella pagina solitaria mescolata tra mille banalità del “Corriere dei Piccoli” della fine degli anni Quaranta.

HO ammirato le imprese di Sigfrido e di Ivanohe, le atmosfere orientali dei racconti delle “Mille e una notte” e le storie dei Crociati in Terra Santa.

Scrittori come Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto, Tommaso Grossi, Walter Scott che raccontavano le  gesta di Carlo Magno, e i Paladini  di Francia, le leggende di Robin Hood e dei Cavalieri della Tavola Rotonda li avevo conosciuti nei libri che cercavo nella piccola biblioteca di papà… in quel settimanale finalmente li potevo vedere realizzati dall’abile pennello di Quinto.

Lo conobbi nel ’52 : mi presentò il signor Presezzi, facendomi passare per un suo parente che a Milano iniziava il difficile mestiere di disegnatore. Subito nacque una sincera amicizia, lo andavo a trovare a casa, ci si trovava dopo cena e si chiacchierava fino a tardi; il tempo non ci bastava mai, ci facevamo trasportare dalle passioni che avevamo in comune.  Io ero affascinato dal suo amore e dalla sua conoscenza per il favoloso mondo della letteratura inglese, delle leggende celtiche di Re Artù e di Merlino, del ciclo wagneriano di Sigfrido e l’anello de Nibelunghi.

 Mi fece conoscere Rakam e Dulac, i fratelli Robinson, Rene Bull, Beardsley. Io ne rimanevo affascinato  e lui, benevolmente, si dilungava a descrivermi questi artisti per appagare la mia curiosità.

Lo stimavo come uomo e come disegnatore, era di un’abilità incredibile: appassionato com’era della letteratura fantastica, riusciva a tradurre graficamente dal nulla atmosfere e sentimenti dando il meglio di  se stesso.

Quando riusciva ad ottenere, da editori avveduti, incarichi inerenti  il suo mondo, quello della fiaba e dell’avventura, si trasformava, diventava un gigante !

Infatti il suo periodo d’oro è quello rappresentato dagli anni ‘cinquanta e ‘sessanta, quando la “Flytway”, la più importante Casa Editrice inglese di pubblicazioni per ragazzi, annoverava tra i suoi collaboratori nostri grandi artisti del calibro di D’Antonio, Uggeri, Lupatelli, Giovannini, Caprioli, Tacconi etc.

Gli Inglesi lo avevano capito e lo consideravano un illustratore Anglosassone; i racconti di Andersen,  Perroult, Shakespeare, Barrie, si realizzavano, sotto la sua prestigiosa mano, in pagine colorate.

Schivo e modesto in un periodo dove, da noi, l’illustrazione non veniva riconosciuta, ma volutamente trascurata da intellettuali e critici arroganti e presuntuosi, non ha avuto il riconoscimento che gli era dovuto. Ma chi l’ha conosciuto e l’ha saputo apprezzare sa con certezza che Nadir Quinto è degno di essere considerato un grande nel difficile mondo dell’illustrazione, uno dei rari prosecutori della scuola dell’illustrazione italiana del ‘900.

Sergio Bonelli, editore acuto e preparato, per anni lo ha corteggiato per averlo tra i suoi collaboratori. Riuscì alla fine a fargli disegnare un’avventura del ranger nella prestigiosa collana dei “Tex giganti”. Nadir accettò quel lavoro per mettere alla prova se stesso. Ci lasciò improvvisamente. Quelle tavole non passarono mai alla stampa.

Conservo ancora nella memoria le poche pagine che ho avuto la fortuna di vedere: aveva interpretato l’eroe americano conferendogli l’alone mistico e fiabesco della saga medioevale. Come lo scrittore J.F. Cooper, che aveva ripreso il linguaggio di W. Scott per tratteggiare l’indimenticabile personaggio de “L’ultimo dei Moicani tra i coloni inglesi e gli indiani d’America, Quinto era riuscito a fare l’operazione inversa: il cavaliere solitario diventa l’eroe senza macchia, un Lancillotto del Lago con la colt al fianco e il cappello delle larghe tese.

Ciao Nadir, vecchio amico mio

 SERGIO ASTERITI